"Novella Nebulosa" - racconto


Oggi, un post rilassante - ma corposo.

Ebbene sì, è ora di un altro racconto: come altri già pubblicati sul blog, si tratta di una storia scritta otto-nove anni fa... e rimasta nel cassetto.

Almeno fino ad ora.

Enjoy!


NOVELLA NEBULOSA

Ebbene, eccomi qui.
Non me lo sarei mai aspettato, davvero. 
E pensare che, quando venni al mondo, il destino appariva tanto promettente…

Mi resi conto di esistere molto, molto tempo fa.
è difficile spiegare: emergendo da una sorta di nebbia, nella quale mi sentivo completamente avviluppato, cominciai a intuire di sussistere.
Mossi una mano, poi un braccio; con stupore, mi tastai più e più volte. 
Infine, attraverso la foschia un poco più rada, vidi due piccole finestre, alle quali - senza alcuna esitazione, forse senza neppure avvedermene - mi affacciai, avido di conoscenza e di avvenimenti.
Imparai moltissimo: in particolare, mi affascinò lo spettacolo - più e più volte rappresentato davanti a me - di vastissimi campi immacolati, poi cosparsi (a volte con ardore, altre svogliatamente) da numerosi e minuscoli segni neri, il cui significato non riuscii a comprendere.

Rimasi in quella posizione per un tempo indeterminabilmente lungo, assorbendo spontaneamente tutto ciò che mi si fu davanti; il mio corpo, dapprima smunto e incolore, si irrobustì, si rassodò, e assunse un sano colorito.

Quando mi sentii soddisfatto e satollo, trovai una comoda poltrona, e mi ci abbandonai con un sospiro di sollievo, lasciandomi cullare dal volubile spettacolo di altre forme, altre figure che si andavano formando accanto a me.
Con simpatia assistetti alla loro nascita, al loro intuire di esistere, e al loro inevitabile balzare alle finestrelle: con orgoglio quasi paterno li vidi assumere consistenza, e raggiungere piena maturità.

Che gioia quando, un giorno, due di esse vennero a sedersi accanto a me!
Dopo un abbraccio commosso e un torrente convulso di parole, potemmo conversare in tutta tranquillità, scambiandoci vicendevolmente le rispettive impressioni sulla nostra comune situazione.
Attraverso un appassionato confronto e nuove visite alle due finestrelle, riuscimmo, con non poca difficoltà, a sviluppare una teoria soddisfacente riguardo alla nostra improvvisata esistenza.
Per quanto ci fu dato di capire, eravamo… degli ospiti. Ospiti di un Ente superiore, la cui azione ci era manifesta per mezzo delle due piccole finestre; era opera sua la distesa di tracce nere che tanto mi aveva appassionato.
Inorgogliti dalle nostre stesse speculazioni, continuammo a congetturare entusiasticamente per un tempo che mi parve lunghissimo.

Nel frattempo, altre apparizioni ci raggiunsero: uomini e donne, giovani e vecchi, principi e miserabili, guerrieri e dotti… un’intera comunità si venne a formare intorno a noi.
In virtù della mia anzianità, fui da subito investito di una particolare autorevolezza; a me i più giovani ricorrevano per meglio comprendere la nostra Storia, e il mio giudizio trovava immancabilmente unanime consenso.
Lusingato da tanta stima, mi limitavo a riproporre la consueta ipotesi, ormai divenuta dogma per tutti noi.

Tuttavia, la nostra serenità iniziò ben presto ad essere turbata da un inspiegabile quanto inquietante fenomeno, che gettò nel panico tutto il nostro popolo.
Accadde per la prima volta in modo del tutto inaspettato: Principessa, una delle figure più anziane ed influenti tra noi, scomparve, senza lasciare traccia.
A lungo la cercammo per ogni dove, ma invano.
Dove poteva essersi ritirata?
Finalmente, qualcuno tra i più giovani ebbe la fatale intuizione: che guardassimo dalle due finestre!
Ormai completamente in tumulto, ci accalcammo intorno ai due pertugi.
Resa irriconoscibile, rarefatta in innumerevoli segni neri, Principessa ci salutò per l’ultima volta, sorridendo amorevolmente: con nostro grande stupore, non sembrava angosciata per la repentina metamorfosi. Appariva appagata, quasi… orgogliosa del suo nuovo stato.

Totalmente annichiliti, incapaci della benché minima reazione, ci lasciammo alle spalle quella scena, per noi tanto penosa, e in perfetto silenzio ci raccogliemmo in cupa meditazione.

Il tempo, e la continua nascita di nuovi fratelli e sorelle, lenirono non poco il nostro dolore: cominciammo a pensare che quanto era accaduto fosse stato un singolo, tragico episodio, naturalmente destinato a rimanere un unicum nella nostra Storia.

Ma ci sbagliavamo.
A intervalli più o meno regolari, con inesorabile spietatezza, il terribile avvenimento si ripeté, privandoci degli esponenti più venerati della nostra piccola confraternita: la seconda vittima, dopo l’indimenticabile Principessa, fu Eusebio, originale pensatore; Eusebio fu seguito da Wilhelm, giovane e pallido artista; a Wilhelm seguì Rossana, energica donna d’affari; e così via, senza possibilità alcuna di porvi rimedio.
La comunità cadde in preda al panico; ognuno, con espressione sgomenta, sembrava chiedere al vicino quando sarebbe stato il suo turno.
Tuttavia, finché il nostro popolo fu rinsanguato da nuovi arrivati, l’ansia poté essere controllata, sia pure con qualche difficoltà: nel grande numero trovavamo la nostra sicurezza, nella massa disperdevamo le angosce individuali.  
Ma con il tempo, con nostro grande terrore, divenne chiaro che un simile equilibrio era quanto di più effimero potesse esistere: lentamente, ma inequivocabilmente, le nuove nascite si fecero sempre più sporadiche, fino ad interrompersi, mentre le scomparse iniziarono a verificarsi con sempre maggiore frequenza.
A chi, ormai dominato dal panico, mi si rivolgeva farneticando, non potevo che consigliare di rivolgere una qualche supplica all'Ente superiore. Chissà che non ci venisse in aiuto.

L’Ente superiore, tuttavia, non sembrava incline ad aiutarci.
Il nostro piccolo popolo - un tempo tanto vivace e rutilante di colori - semplicemente scomparve, lasciandomi completamente solo.
Con sguardo sempre più spento, osservavo quei segni neri, che un tempo erano stati miei fratelli.
Privo di compagnia, cominciai a temere di impazzire: la nebbia, allontanata dalla presenza di tante vite, rivendicò con prepotenza il suo spazio.

Sedevo, in un simile miserando stato, quando mi parve di udire, sottile ma inconfondibile, una voce amica, mai dimenticata.
Era Principessa!
Correndo affannosamente, la raggiunsi, e, prima che potesse dire alcunché, le gettai le braccia al collo, quasi temendo che potesse scomparire di nuovo.
Quando mi fui rasserenato, iniziai a investire l’inattesa visitatrice con mille e mille domande: che ne era stato di lei, per tutto quel tempo? Sapeva qualcosa degli altri? Come era riuscita a fare ritorno?
Principessa, probabilmente già preparata ad un simile interrogatorio, rispose - come era nel suo stile - con calma e con dovizia di particolari, colorendo di tanto in tanto la propria narrazione con un poco di pathos.
Ciò che appresi da lei mi sconvolse profondamente.
La mia teoria riguardo all’Ente superiore era esatta.
Egli - Principessa mi assicurò che si trattava di un maschio - preferiva tuttavia il nome, a me sconosciuto, di Scrittore.
Compito dello Scrittore, mi disse Principessa, era quello di concepirci nei tetri recessi della propria mente, di sostentarci, per poi estirparci da sé, e tramutarci quindi in quell'ammasso di segni neri, che all’esterno venivano detti Racconti.
Principessa, prima di tutti noi a vivere una simile avventura, si era ritrovata così catapultata in una dimensione del tutto nuova: le sue vicende, la sua anima, la sua essenza stessa erano state messe crudelmente a nudo, affinché i simili dello Scrittore, noti con il nome di Esseri Umani, potessero venirne a conoscenza!
Mi parve scandaloso, indecente, e assolutamente inaccettabile.
Principessa, al contrario, parlava con entusiasmo della propria esperienza, e - con una posa sarcastica che non mi piacque - mi fece un minuzioso resoconto di quanto era avvenuto ad alcuni dei nostri compagni: Eusebio, dopo una laboriosa trasformazione, era giunto all'attenzione degli Esseri Umani, ma costoro lo avevano tenuto in ben poco conto; Wilhelm, con i suoi sospiri e le sue poesie, aveva suscitato al principio un certo interesse, ma ben presto nessuno si era più curato di lui; Rossana, al contrario - e qui Principessa si espresse con un’acredine che non le conoscevo - era divenuta una vera e propria celebrità, grazie al suo piglio vivace.
Principessa, tuttavia, sembrava più impaziente di raccontare di sé. 
Con aria da gran cospiratrice - e un sorrisetto compiaciuto - mi rivelò la ragione di quel suo inatteso ritorno.
A quanto mi disse, il suo proprio successo tra gli Esseri Umani era stato tanto travolgente - persino superiore a quello di Rossana - da indurre lo Scrittore a dare un seguito alle sue avventure, e, per tale ragione, si era resa necessaria una nuova permanenza nella mente del nostro Creatore.
Un seguito, una fantastica occasione di vivere ancora, affermò.
Dopodiché, con espressione estatica, prese posto in una delle tante, troppe poltrone rimaste libere, e si rifiutò di aggiungere altro fino alla sua nuova scomparsa, che avvenne - come previsto - pochissimo tempo dopo.

Rimasto solo ancora una volta, immerso in una nebbia ormai infeconda, tornai alla mia grande passione per la meditazione e la filosofia.
Seduto al mio solito posto, dal quale solo di rado mi muovevo, riflettevo su quanto avevo appreso dalla mia amica di un tempo.
Ma le mie speculazioni si rivoltarono contro di me, togliendomi ben presto quel poco di serenità che mi era rimasto.
Ebbene, pensavo, tutti i miei confratelli, con maggiore o minore fortuna, avevano lasciato questo luogo sempre più fosco, e raggiunto il Mondo Esterno.
Perché a me ciò era stato negato?
Dal seme del confronto nacque la mala erba dell’invidia, e mai l’ignoto mi apparve tanto desiderabile: che merito avevano acquisito gli altri, per ottenere un simile privilegio?
La gramigna dell’invidia, inasprita dal succo della solitudine, nutrì la mala bestia dell’emulazione: anch’io desideravo lasciare la mia dimora, sempre più detestabile, e ne avevo diritto almeno quanto gli altri, se non di più; non ero forse la creatura più antica, io che fin dal principio ero stato visto dagli altri come autorevole guida, maestro ineccepibile?

Bilanciando tra me e me consimili argomenti, mi convinsi, a poco a poco, che la mia prolungata clausura dovesse trovare giustificazione in un grandioso progetto, di cui io, senza ombra di dubbio, sarei stato il solo grande interprete!
Soltanto così riuscivo a spiegarmi una tale disparità di trattamento.
La mia personalissima interpretazione degli avvenimenti, nella solitudine dell’antro sempre più oscuro, divenne dapprima dignitosa ipotesi, poi verosimile supposizione, e infine dogma disperato.
Mi ci avvinghiai con tutte le mie forze, traendone energia sufficiente a non lasciarmi travolgere dalla follia, e per lunghissimo tempo rimasi seduto nelle tenebre, in attesa della mia grande occasione.
Dovevo essere destinato alle più grandi imprese, alle vicende più complesse; meritavo i discorsi più avvincenti, i compagni più arditi, gli antagonisti più accaniti; ero degno delle valli più floride, dei manieri più tetri, e delle metropoli più dinamiche.
Già mi immaginavo nella nuova condizione di grande personaggio, protagonista del miglior Racconto mai creato dallo Scrittore; il mio nome sarebbe stato noto a ogni singolo Essere Umano! Principessa, al confronto, un’illustre sconosciuta.
La benché minima deviazione da tale grandiosa linea di intenti mi sarebbe parsa puramente illogica, ancor prima che oltraggiosa.

Il tempo trascorse, ma nulla cambiò; neppure le mie aspirazioni si diedero per vinte.
Poi, un giorno, qualcosa accadde.
Le nebbie, da sempre fitte e quasi soffocanti, scomparvero completamente, lasciando dietro di sé una tersa oscurità; ogni fremito, ogni energia sembrava svanito.
Pervaso da una strana inquietudine, mi chiese se il grande momento fosse finalmente giunto.
Quasi volando, mi lanciai in direzione delle due finestrelle, sperando di trovare gradita conferma ai miei dilettevoli sospetti…
Orrore! 
I due tondi pertugi, da tempo immemorabile aperti sul Mondo Esterno, erano chiusi.
Camminai nervosamente a destra e a manca, tentando di trovare una spiegazione plausibile.

All'improvviso, capii.
Lo Scrittore, l’Ente superiore, non era altro che il penultimo anello di una catena, di cui io ero l’estremo inferiore, mentre all'altro capo… esisteva un Ente ultimo, Creatore dello Scrittore!
Lo Scrittore era a sua volta una creatura, quindi!
E, come tutte le creature…
No! Era terribile!
Significava la mia stessa fine.
Lo Scrittore aveva cessato di esistere, e la sua accidia assassina mi aveva condannato a non veder mai la luce del Mondo Esterno!
Ero destinato a rimanere nel mio cupo rifugio per l’eternità!
Sconsolato, piansi a lungo, senza sosta.

Ecco spiegata la mia penosa situazione.
La foschia ha ormai ripreso il sopravvento: io stesso ricordo a stento di esistere, e temo che, prima o poi… no, preferisco non pensarci.
Per il momento, cerco di resistere, di raccogliere le mie poche forze.
Chissà che non si riesca, un giorno, a compiere un salto di qualità, a divenire… una Persona.
Forse, con un atto di pura volontà…

Ma è meglio riprender fiato ora.
Quindi, se permettete, ho intenzione di riposarmi un poco.
Se volete, auguratemi buon riposo… e buona fortuna.


Spero che vi sia piaciuto - alla prossima!

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