Frammenti di Scrittura - Memorie grottesche



Nuovo lunedì, nuova settimana.

Vista la conclusione non esattamente gioiosa degli ultimi sette giorni, ho deciso di offrirvi qualcosa di un po' più allegro - il frammento di un irriverente progetto pseudo-autobiografico iniziato anni fa e rimasto nel cassetto.

Si tratta di un testo un po' lungo - ma spero che riesca a giustificare il tempo che vorrete dedicargli.

Buona lettura!


I.

La mia passione per i viaggi, di per sé non fortissima, non fu certo rianimata dalla nuova moda imperante quell'anno a scuola: le visite didattiche e i viaggi d’istruzione, formule forbite per definire il cronico e criminale desiderio di non lavorare di alcune insegnanti.
Una gitarella fuori porta era in fin dei conti molto più appetibile di una lunga mattinata di lezione.

Così, a dispetto dell’incombente minaccia degli esami di licenza elementare (concetto presentato a noi alunni in termini quantomai vaghi) intraprendemmo quest’ultima follia.

In settembre visitammo l’Oasi naturalistica del Tralcio (giusto a pochi passi da una discarica), dove camminammo per ore, senza avvistare un solo essere vivente; in ottobre contemplammo in estasi il Castello McMahon, capriccio neogotico di un eccentrico aristocratico inglese, ma presentato dalle guide come autentico maniero di età viscontea, solo parzialmente rimaneggiato nel secolo decimonono; in novembre ci accostammo riverentemente a ventisei chiese, quindici tabernacoli, e due templi, per prepararci all'Avvento; in dicembre, in piena, ammorbante atmosfera natalizia, ci aggirammo per tutti i locali mercatini delle pulci (abitati anche da pulci assai meno metaforiche); gennaio, febbraio e marzo furono invece dedicati a massacranti pellegrinaggi presso un numero imprecisato di fabbriche, cascine, riserie (e per la prima volta vidi gente che lavorasse davvero).

In aprile, complice il malcelato malumore delle famiglie (preoccupate dall'avvicinarsi degli esami e dalla continua emorragia di denaro necessaria per finanziare le varie uscite didattiche) ci dedicammo finalmente allo studio, anche perché, nonostante avessimo viaggiato molto, ci eravamo istruiti ben poco. Le maestre, memori delle rivolte genitoriali dell’anno precedente, rinunciarono assai a malincuore alla programmata visita alla Fiera Bovina di ***.

Tuttavia il mese seguente, il maestoso maggio, vide la grande rivincita delle maestre viaggianti, che riuscirono a concepire l’inconcepibile, a realizzare l’irrealizzabile.
Un viaggio di tre giorni sulle Alpi lombarde, alla scoperta di una Natura antica e solenne.
Superfluo descrivere la folle euforia dei miei compagni di classe: un’esperienza nuova, da adulti, con tutti i crismi!

Superate le ovvie perplessità dei genitori, il progetto decollò con rapidità impressionante. 
Credo che uno degli argomenti più persuasivi a favore del viaggio fossero i costi contenuti, di una modicità equivoca (come tra poco racconterò).
Genitori negligenti! Possibile che una spesa tanto insignificante non li insospettisse?
In un unico belato di assenso, lasciarono che gli eventi seguissero il loro disastroso corso; ed io, ancora tanto giovane e inconsapevole, non potei far altro che adagiarmi sul conformismo generale.


II.

Giunse quindi il giorno della partenza.
Sottratto con largo anticipo all'abbraccio di Morfeo, fui caricato sull'auto di mio padre, subissato di raccomandazioni ispirate dal Gran Consiglio di famiglia, e dotato - per la prima volta nella mia vita - di un telefono cellulare, più simile ad una cabina telefonica che ai graziosi e complessi aggeggi disponibili oggi.
Una volta a scuola, fui preso in consegna dalle maestre e issato sul torpedone insieme agli altri bambini, che non sembravano aver risentito, come me, del brusco e anticipato risveglio.

Dopo l’appello, ripetuto per ben dieci volte, partimmo.
Il tragitto fu lungo, monotono e snervante: tra compagni in fregola, insegnanti isteriche e conducente inetto, procedemmo a passo d’uomo, sbagliammo strada almeno una mezza dozzina di volte, e sostammo ogni tre minuti per varie esigenze… fisiologiche (e quell'imbecille di Gabriele T., membro di spicco dell'establishment della classe, si perse regolarmente ad ogni stazione di servizio).

Finalmente, dopo sette massacranti ore di viaggio, raggiungemmo la meta agognata: Santa Debora de’ Bricchi al Monte Supplizio, a detta di tutti località amena e tranquilla.
L’Hotel Granita, presso il quale avevamo prenotato, era un modestissimo alberghetto, costruito nel più puro stile montano: tetti spioventi, molto legno, e una cascata di fiori variopinti a ogni balcone.
Il luogo prometteva bene.
Non sapevamo di aver messo piede in una vera e propria succursale del campo d’addestramento della Legione Straniera.

Considerata l’ora già abbastanza tarda, ci precipitammo nelle nostre stanze, tra litigi e piagnistei per accaparrarsi le camere più spaziose.
Qualcuno riordinava le proprie cose, altri contemplavano estasiati il Monte Supplizio, che, degno del proprio nome, covava malignamente il borgo sottostante…

L’inaspettato richiamo delle maestre ci costrinse a rivedere i nostri piani.
Radunati all'ingresso dell’albergo, fummo presentati alla direzione, che, molto gentilmente, ci invitò a: tenere un comportamento corretto e discreto; non utilizzare il telefono in dotazione alla hall, se non in orario compreso tra le ore venti e ventuno (quasi trenta bambini - in un’ora!); non utilizzare dispositivi quali videogiochi, televisori portatili o simili, per non turbare la quiete dell’ambiente; e a seguire scrupolosamente le indicazioni del personale.
Avrebbero senza ombra di dubbio risparmiato molto più tempo invitandoci a non vivere (sempre gentilmente, s’intende).

La pedanteria del regolamento non riscosse grande successo tra i miei compagni. In particolare, il veto sulla televisione suscitò non poco malcontento, e i più facinorosi non si preoccupavano minimamente di nasconderlo: e ben poco potevano le inette insegnanti, con i loro sst-sst; tre piccoli estintori contro un’Amazzonia in fiamme.
Per quanto mi riguardava, invece, l’assenza della televisione, pur essendo una piccola seccatura, non costituiva una catastrofe.
Ero ormai abituato ad adattarmi alle follie pedagogiche degli adulti intorno a me.


III.

Ma il peggio era ancora in là da venire.
Due ore dopo - praticamente al tramonto - fummo convocati una seconda volta nella hall, con la massima urgenza.
Quali nuovi ordini ci sarebbero stati impartiti?

Nessuna gentile comunicazione, invece.
Solo un uomo dall'imponente aspetto slavo o teutonico.
Il possente personaggio si presentò come nostra guida, la cui missione, dichiarò, sarebbe stata quella di portarci ad apprezzare le meraviglie di Madre Natura.
Mikhail Wilhelmevich von Biron (tale il suo nome) blaterò a lungo delle proprie gesta sulle vette di mezzo globo, a capo di prestigiose spedizioni tedesco-sovietiche, e ci garantì una settimana ricolma di eroiche fatiche e ineffabile bellezza.

Ammiccando confidenzialmente in direzione della più anziana delle maestre - con la quale sembrava già in grande familiarità - ci esortò a prendere i nostri zainetti e a seguirlo per intraprendere un percorso da principianti, facile facile.
Incalzati dalle insegnanti, ci incamminammo.

Il percorso facile facile si rivelò un’impresa a dir poco erculea: chilometri e chilometri tra rocce e infidi ruscelli, rischiando ad ogni passo di precipitare in un dirupo, e intonando canzonette demenziali per scacciare il non infondato timore della morte - Herr von Biron approvava con Oh oh pieni di sentimento.
Le nostre fatiche, peraltro, non furono per nulla ricompensate: ad esclusione del millantato avvistamento di uno stambecco da parte di una delle maestre, tutto ciò che vedemmo fu uno sciame di api impazzite, alle cui grinfie sfuggimmo per miracolo (e il solito Gabriele T. quasi rischiò di annegare nei due centimetri d’acqua di un misero torrentello. Quel ragazzo era davvero troppo stupido per vivere).

Tornammo all'albergo a sera inoltrata, completamente privi di energie e di senno, e ci lanciammo in una folle corsa verso la sala da pranzo.
Ma una nuova delusione ci attendeva. 
La nostra mensa fu allietata da quanto di più insipido si potesse reperire: riso bollito, pane semi-raffermo, e, per meglio rallegrare il mesto desco, litri e litri di acqua minerale, liscia e a dir poco tiepida.

La cena - animata dalle lamentele dei compagni e dalle controlamentele delle maestre - si concluse con il rito della telefonata a casa, affinché i genitori - ormai all'oscuro della sorte dei figli da quasi quindici ore - potessero far sfoggio della consueta isteria.
I miei non sfigurarono di certo: ben imbeccati dal Gran Consiglio di famiglia, sbraitarono per circa mezz'ora, e rimpiansi amaramente di aver portato con me il telefono cellulare; se avessi dovuto competere con gli altri per il telefono della hall, la tortura sarebbe stata più breve.

Un raggio di sole pallido e sgradevole mi svegliò anonimamente alle sei del mattino del giorno successivo.  
Mi alzai di malavoglia, mi vestii in fretta e mi preparai - anche psicologicamente - alle fatiche annunciate per la giornata, quindi scesi in sala da pranzo, dove ci venne ammannita la colazione più scipita che tuttora ricordi.
Tra piagnistei e colpi di tosse (la scarpinata del giorno prima iniziava a mietere vittime) fece la sua comparsa Herr von Biron, con il suo bel volto bianco e rosso - inalterabile persino dai più temibili agenti atmosferici - e subito il buonuomo ci condusse a nuove e più ardue avventure.

Per dieci ore marciammo quasi senza sosta, nutrendoci di panini inconsistenti e dissetandoci con acqua minerale ardente, ammirando di tanto in tanto le inesistenti bellezze del paesaggio: ruscelletti anemici, fiorellini asfittici, e - acme del Sublime - la carcassa di una marmotta schiantata lungo il selciato. Quest’ultimo spettacolo, rivoltante quanto inatteso, ci trattenne sotto il sole cocente per almeno tre quarti d'ora, tra gli urli di raccapriccio di alcuni e il morboso interesse di altri. Il triste ritrovamento non suscitò in me alcuna particolare emozione; del resto, in confronto ad anni di trasmissioni televisive grondanti sangue, violenze, e omicidi vari, quel piccolo corpicino esanime era davvero poca cosa.


IV.

Tossicchiando e gemendo per la sete, ci abbattemmo all'ingresso dell’albergo.
Ma lì gli animi si risollevarono, quando le care maestre, con arie da grandi cospiratrici, ci rivelarono che una stupenda sorpresa era in serbo per noi: una disco-night in piena regola, per sperimentare la febbre del sabato sera (come se la febbre vera e propria, che già andava stroncando le prime vittime, non fosse sufficiente).

Quei piccoli imbecilli entrarono immediatamente in fibrillazione: si precipitarono nelle rispettive camere, si lavarono, si rivestirono, calarono giù dalle scale come una mandria di bufali inferociti, guadagnarono indecorosamente la sala da pranzo, trangugiarono la cena, telefonarono a casa, e infine si gettarono senza ritegno sulla pista da ballo.
Il tutto in non più di quindici minuti, credo.
Ma la loro stupidità e le loro abnormi aspettative furono giustamente punite.

La sala da ballo (se così vogliamo chiamarla) non era altro che uno squallido stanzone rivestito in legno, ammobiliato con due tavolacci e una manciata di seggiole, per le quali si accese subito una feroce competizione.
Per non parlare poi della musica: successi antidiluviani, propinati a volume titanico, e accompagnati dai gridolini striduli di qualche esaltato; il tutto contornato da un vitto scadente (la solita acqua ribollita) e da luci potenti quanto laser per uso bellico, le quali, oltre a provocarci danni permanenti alla vista, portarono la temperatura del locale ben al di sopra dei cinquanta gradi.
Dopo tre ore di salti, flash accecanti, e arsura sahariana, riuscii a salvarmi da quella scadente imitazione di Babilonia, e a fuggire in camera, dove, sempre più provato e abbattuto, mi accasciai sul letto del tutto privo di forze.

L’alba del terzo giorno vide rinascere in me la speranza.
Quella sera saremmo partiti, avremmo lasciato per sempre quel lager montano!
Durante la miserevole colazione, constatai con orrore che le condizioni psico-fisiche della scolaresca erano in netto peggioramento: alcuni erano pietosamente raffreddati, altri febbricitanti, altri ancora - in prevalenza bambine - tristemente tisici.
Cominciai a chiedermi se avremmo visto il tramonto di quella giornata.

Dubbio che si fece quanto mai legittimo quando Herr von Biron - unico sorriso smagliante in quel lazzaretto - annunciò entusiasticamente il programma della nostra ultima, grande escursione.
Per concludere degnamente il nostro soggiorno alpino, avremmo dato l’assalto finale al Monte Supplizio, l’imponente e funerea fortezza che incombeva su Santa Debora de’ Bricchi.
Nonostante lo sfinimento, i malanni, la disidratazione, e le allucinazioni, il piccolo manipolo di mentecatti da cui ero circondato levò al cielo - o meglio, al soffitto della sala da pranzo - un unico grido di coraggio e di passione: “Al Monte Supplizio!”.

Quei bambinetti balordi, menti ormai irrimediabilmente ammorbate dalla troppa televisione, dovevano considerare la scalata alla lugubre vetta come un atto di puro eroismo.
Così, in un unico peana glorioso, lanciammo la nostra sfida al Monte Supplizio.


V.

Dal momento che il racconto di questa mia atroce esperienza post-infantile si è forse prolungato un po’ troppo, procedo senza indugio a un succinto riassunto di quella tragica giornata.
Il mio caro compagno Gabriele T. - fedele sino in fondo alla sua fama - cadde stupidamente in un dirupo. Rimase purtroppo illeso, ma almeno potemmo riposarci per circa un'ora, mentre Herr von Biron e le nostre isteriche insegnanti si prodigavano sinergicamente affinché una mente tanto geniale non andasse perduta.
Sono lieto di riferire che il prezioso pargolo venne valorosamente sottratto alla morte, per la massima riconoscenza dei posteri e dell’intera Umanità. 

Dopo un simile, promettente inizio, il buon senso avrebbe forse suggerito di porre fine all'audace impresa.
Ma le nostre guide sciagurate non erano persone di buon senso, e con voce tonante ordinarono che l’assurda marcia riprendesse.

Le sei ore seguenti furono terribili. 
In un ambiente sempre più ostile, ci inerpicammo lungo sentieri sempre meno battuti, e le tenebre calarono su di noi - sebbene fosse pieno giorno. Le rocce, inerti ma minacciose, erano a malapena vivificate da licheni limacciosi; nessun altro essere vivente sembrava ansioso di popolare quel tetro luogo (sembra l'incipit di un racconto dell’orrore, vero?).

Nonostante le premesse poco incoraggianti, riuscimmo infine a tornare a valle, grazie anche a una corale e cocciuta protesta, senza ulteriori incidenti - all'infuori del presunto avvistamento di una vipera, tale da causare urla e strepiti sicuramente udibili lungo tutto l’arco alpino.
Finalmente, rientrati in albergo, rifatti i bagagli, ringraziato il personale per il servizio non ricevuto, ringraziato Herr von Biron per le bellezze non scoperte, e lanciato senza alcun rimpianto uno sguardo alla mole funerea del Monte Supplizio, partimmo.

Libertà!
Assetati, stremati, e ammalati, cademmo come pesi inerti tra le braccia dei nostri genitori non appena arrivati a destinazione.
E, ritornato trionfalmente a casa, a dispetto delle domande pressanti, dei lunghi e dettagliatissimi resoconti richiestimi, e delle consuete omelie - segni della calorosa oppressione familiare - mi sciolsi in lacrime.

Per tutta la settimana seguente rimasi a casa, in uno stato di prostrazione totale, senza fare nulla che non fosse mangiare o dormire.

Le care maestre, ad ogni modo, si dichiararono molto soddisfatte dell’esito della loro idea temeraria; e di fronte alle telefonate furibonde di genitori nevrotici - che si erano visti recapitare un fanciullo moribondo e in stato confusionale - le oneste educatrici risposero invariabilmente che le sgradevoli patologie non erano assolutamente imputabili al piacevole soggiorno a Santa Debora de’ Bricchi.

Naturalmente.


Sperando di avervi strappato un sorriso, vi auguro buon inizio di settimana!

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